Storia del Castel Bonanno

Storia del Castel Bonanno

Canicattì

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LA STORIA

 

Del castello di Canicattì restano ora solo pochi ruderi, ma un tempo ergeva solitario e maestoso in cima alla collina dove ai  suoi pendii scorreva il fiume Naro.  La valle, in cui fluiva il fiume, lo faceva

giganteggiare ancora di più al di sopra della Piazza Grande, oggi Piazza IV Novembre a Canicattì. Di fronte al castello gradatamente s’inerpicava verso le alture di Borgalino l’antico agglomerato urbano.

 

A costruire il castello furono gli Arabi che, venuti in possesso della Sicilia nel IX secolo, si

adoperarono,per difendere meglio le terre conquistate ,  a  far sorgere presso i  centri più popolosi  formidabili fortalizi a guardia delle strade e delle valli più importanti dell’isola, e  dove soggiorna anche sia l’ aristocrazia araba sia  agguerriti presidî militari.

 

Secondo la tradizione, il castello venne costruito nel 1089 da Ruggero il Normanno,  probabile  nel luogo dove prima vi era un fortilizio arabo.

Ruggero I° non avrebbe fatto altro, quindi, che restaurare l’abbandonato “ribat” arabo di Canicattì per assegnarlo ad uno dei suoi amministratori, ad una delle famiglie più fidate tra quelle che avevano proceduto con lui alla conquista dell’isola.

 

Si  dice che il conte Ruggero, impegnato nella guerra contro i Saraceni per la conquista dell’isola, abbia scelto il castello di Canicattì come suo quartier generale, quando, nell’anno 1086, secondo gli antichi storici  se ne impadronì.

L’ingresso al castello era costituito da un imponente portone centrale, che oltre una corte coperta, introduceva in un ampio cortile nel quale si aprivano i magazzini, le stalle, i fienili, gli alloggi degli armigeri  e una piccola cappella.
Le celle carcerarie erano al pianterreno del castello, attorno a un vasto cortile, al centro del quale si ergeva una  cisterna per la raccolta delle acque piovane.
Di fronte, in tre ampie sale, c’era esposta la famosa Armeria.
Al piano superiore, a cui si accedeva da una larga e fastosa scala d’onore, c’erano gli appartamenti nobili del barone e della baronessa, con una grande camera d’angolo, strutturata come cappella per le cerimonie religiose.

 

La leggenda narra che fu il Conte Ruggero a rendere famoso in tutta la Sicilia il castello  per avervi trasportato le armi sottratte agli Arabi nella battaglia di Monte Saraceno, per  consacrarle all’Immacolata in segno di gratitudine per il miracolo concessogli  ed esposte nel castello.

Al riguardo si narra  che : “Il Conte Ruggero, per riuscire vittorioso della giornata che

volgeva al tramonto, pregò con intenso fervore l’Immacolata, che è nella chiesa di S. Francesco a

Canicattì, perché fermasse il sole. Ottenuto il miracolo, il Conte riuscì vincitore, e, trofeo di gloria,

le armi dei vinti furono  portate su un carro di buoi a Canicattì, sacre alla Madonna ed esposte nel

Castello”.

 

L’Armeria del castello divenne ben presto famosa in tutta la Sicilia, per le armature  militari di ogni sorta e dimensione, specie cavalleresche ma ancora di più per l’eccezionale spada e lo scudo del conte Ruggero. La raccolta venne dispersa nel 1827 quando il Sindaco di Canicattì Leonardo Safonte La Lumia, per non pagare una piccola somma per la custodia dell’Armeria, regalava la collezione ai Borboni.  I Borboni collocarono i reperti nel museo di Capodimonte, da dove, dopo la proclamazione del Regno d’Italia, furono trasferite  all’Armeria Reale di Torino. Chi cercasse oggi a Torino le famose armi del castello di Canicattì resterebbe fortemente deluso. Nell’Armeria della città piemontese non se ne trova traccia alcuna. Che fine abbiano fatto nessuno finora è riuscito a saperlo.

 

 

Epoca di splendore fu per il castello di Canicattì la prima metà del Seicento. Era il tempo in cui

barone della città era il duca Giacomo Bonanno Colonna,  uomo colto e letterato, ma anche protettore di letterati, di cui fu generoso amico e benefattore. Egli  ornò Canicattì di elegantissimi edifici pubblici . Fu un precursore dei tempi e con le sue opere gettò le basi per il futuro

sviluppo della città nella zona bassa pianeggiante, favorendone il progresso come importante

centro viario e commerciale.  Infatti,  pur ritenendo come sua patria la città di Siracusa, preferiva,

quando era di ritorno dai suoi lunghi viaggi di studio attraverso le città d’arte d’Italia, la tranquilla

dimora del castello di Canicattì.

Ma ai tempi della trisavola Ramondetta De Crescenzo per il castello di Canicattì ci fu una

giornata drammatica. Essa, rimasta vedova di Calogero Bonanno, era passata a nozze con Angelo Lucchese, patrizio della città di Naro, il cui padre Bernardo vi spadroneggiava da predone come amministratore delle imposte, capitano di giustizia ed esattore. Egli rivestiva le cariche più odiate dai cittadini a causa delle rapine fiscali e angherie poliziesche, che essi erano costretti a subire. Contro Bernardo Lucchese nel 1516 insorsero esasperati i Naresi, reclamando la restituzione del denaro, che egli aveva loro ingiustamente tolto.

L’anno seguente la rivolta degenerò in guerra aperta. I cittadini di Naro assaltarono il castello della

loro città e si impadronirono delle armi e delle munizioni. Egli cercò di salvarsi, fuggendo

verso il castello di Canicattì, di cui era signore suo figlio Angelo. Ma venne inseguito da una

grande folla armata, che scatenò l’inferno contro l’antico maniero canicattinese, con fucili e

bombarde. Il fuoco non cessò neppure quando la moglie di Bernardo Lucchese uscì fuori e

andò verso i rivoltosi con il Crocifisso in mano e le figlie attorno piangenti. Essa fu trucidata senza pietà e il marito venne catturato, incarcerato e privato degli averi.

 

 

Agli inizi del Settecento  il castello di Canicattì fu al centro dell’attenzione dell’intera Sicilia in

seguito alla cattura di una pericolosa banda, che terrorizzava tutto il territorio da Girgenti a

Castrogiovanni  (ora Enna) e di cui era a capo l’ex chierico Raimondo Sferlazza. Della sua eliminazione si era fatto carico lo stesso sovrano Carlo VI, il quale aveva affidato pieni poteri, con la carica di vicario generale, a Francesco Bonanno Del Bosco, principe della Cattolica. Questi, venuto da Palermo con un buon numero di soldati, riuscì a sgominare la banda, a sterminarne parecchi e a catturare i superstiti, compreso il loro capo. Condotti nel castello di Canicattì, vennero rinchiusi nelle celle carcerarie ivi esistenti. Sette di essi ebbero la condanna alla pena capitale. A prepararli alla buona morte provvidero i confrati della Compagnia dei Bianchi e della confraternita di Maria SS. degli Agonizzanti. Raimondo Sferlazza di Grotte, Antonio Cacciatore di Girgenti e Sigismondo Lauretta d’Aragona vennero impiccati il 5 maggio 1727; mentre per l’agrigentino Francesco Borsellino e gli ennesi Michele Pirricone, Giuseppe Chiaramonte e Antonino Arrostuto

l’esecuzione avvenne il 17 dello stesso mese, in quella contrada che ancora porta il nome di

Folche.

 

 

Nella prima metà del Settecento l’abate benedettino Vito M. Amico Stetella ebbe modo di vedere  l’Armeria  e la definì “celebris per insulam universam”, famosa in tutta la Sicilia, e descrisse con stupore le militari armature di ogni sorta e dimensione,specie cavalleresche, intessute d’oro e d’argento; i bellici strumenti a mano, di vario e straniero artificio, a due a tre canne, adatte a cacciar fuori più palle in un colpo; gli schioppi pneumatici, le daghe, le spade, i puntoni, le lance, le spadette alla spagnola, le clave con else elegantissime, e le innumerevoli altre cose di simil genere. E restò ammirato dinanzi alla eccezionale spada, che le credenze popolari

Dicevano  essere stata un tempo del conte Ruggero: “…ensemque praecipuum, quem vulgus

Rogerii Comitis olim fuisse tradit“. A detta del sindaco Raimondo Gangitano, che fu a capo

dell’amministrazione comunale di Canicattì dal 1850 al 1852 e compose dei brevi cenni storici

sulla città, faceva pure bella mostra di sé nel castello anche lo scudo del Conte Ruggero che,

istoriato con le scene degli Orazi e Curiazi, “ammiravasi come capo d’opera nobilmente lavorato

ed inciso a magnifici rilievi d’oro”.

 

Oggi

 

Del castello di Canicattì  restano solo pochi ruderi  e quel che rimane dell’antica costruzione non consente di tentare nemmeno una ideale ricostruzione.

Nel giugno 2014 il Lions Club Canicattì Castel Bonanno in occasione del Suo 25° anniversario restaurava una parte della recinzione e  costruiva il cancello d’ingresso al sito archeologico.

Per non fare cadere nell’oblio si cerca di dare risalto e maggiore visibilità al Castello creando un collegamento virtuale tra il cancello  d’ingresso e il Web.


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